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La speranza dell’orso

16 Febbraio 2013 | Non categorizzato

Riportiamo di seguito un articolo apparso sul blog di Lisa Signorile, giornalista per National Geographic, che contiene alcune interessanti riflessioni sul destino dell’orso bruno marsicano e sulle azioni concrete che vengono intraprese (o meno) in sua difesa.

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Questo non e’ un post standard quanto piuttosto un approfondimento sulla questione orso marsicano, che ho preso a cuore, e di cui potete leggere i dettagli su questo articolo che ho scritto per il  National Geographic.

In sintesi i cittadini chiedono al parco di fare riprodurre gli orsi in cattivita’ per aumentarne la popolazione e il parco dice no. E’ la decisione giusta?

Trovate qui di seguito il testo integrale dell’appello, un’intervista al dr. Guacci autore dell’appello, il comunicato stampa del parco col rifiuto e un’intervista al Dr. Febbo direttore del Parco. In fondo trovate infine alcune considerazioni strettamente personali di chi scrive questo blog, elaborate alla luce di quanto detto.

I FATTI

Appello per l’orso marsicano della Societa’ per la Tutela della Fauna “G. Altobello”

Al giorno d’oggi l’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus, Altobello 1921) appare stretto in una tenaglia: da un lato la difficile convivenza con le attività dell’uomo e, dall’altro, problematiche sanitarie che potrebbero rivelarsi molto serie, se non fatali, per una popolazione così esigua (30-40 individui) e territorialmente concentrata, tale fin dai lontani anni ‘80.
Tutte le ricerche più recenti hanno evidenziato l’unicità della popolazione appenninica tra quelle europee della specie Ursus arctos. La possibilità di perdere questa preziosa emergenza faunistica tipica dell’Appennino centrale, descritta quasi un secolo fa dallo zoologo Giuseppe Altobello, potrebbe materializzarsi già nel breve-medio termine. Appare quindi sempre più pressante la necessità di interventi pragmatici diretti alla sua salvaguardia.
Pertanto, nel riconoscere al Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ed alle popolazioni residenti quanto fatto finora per la salvaguardia di questo inestimabile plantigrado, riteniamo non possano essere lasciati soli ad affrontare una sfida che, per il prossimo futuro, si presenta assai gravosa.
Rivolgiamo pertanto un appello alle Istituzioni interessate, dalla Commissione europea al Ministero dell’Ambiente, dalle Regioni e Province alle Aree protette dell’Appennino centrale, dai Centri di studio e ricerca alle Associazioni di protezione della natura, affinché non si lasci intentata alcuna prospettiva di intervento.
Nell’anno che si apre l’obiettivo della sua salvezza deve costituire una sfida nel campo delle politiche di conservazione e l’orso bruno marsicano dovrà rappresentare per l’Italia ciò che il panda è stato (ed è tutt’ora) per la Cina. Occorre pertanto elaborare una strategia di conservazione ancora più incisiva di quella fino ad ora messa in atto.
In tal senso riteniamo siano maturi i tempi per valutare e porre concretamente in essere un progetto di allevamento, in condizioni controllate, dell’orso marsicano. Avvalendosi anche della rete internazionale dei giardini zoologici, e delle specifiche competenze lì esistenti, si potrà costituire uno stock genetico utile sia per favorire la diffusione della specie che per interventi di reintroduzione nel caso si verificasse un crollo della attuale popolazione.
Anche se la eco-etologia del nostro orso è certamente complessa e delicata, rammentiamo che interventi simili sono stati già portati a termine con successo consentendo la reintroduzione e la salvezza di specie animali e vegetali sull’orlo dell’estinzione.
Facendo quindi affidamento sulla ormai acquisita consapevolezza della unicità del nostro orso e della urgenza di interventi ormai indifferibili, ci auguriamo che le Istituzioni deputate a responsabilità decisionali prendano in considerazione anche questa ipotesi operativa.

Intervista al dr. Corradino Guacci sull’iniziativa

D1) L’iniziativa vedo che e’ firmata a nome di un’associazione privata (Societa’ di Storia della Fauna). Che ruolo ha questa associazione all’interno del parco?

R1) La Società di storia della fauna “Giuseppe Altobello”  è nata nel 2011 (questo lo statuto) da un’idea che mi frullava in testa da una trentina di anni ovvero sulla necessità di indagare le fonti storiche tradizionali per saperne di più sui rapporti uomo-fauna. Dalla considerazione che quella poca saggistica in materia di zoologia storica avesse una assai scarsa circolazione, che andava quindi facilitata, era nato nel 2003, il sito webwww.storiadellafauna.it, un tentativo artigianale di offrire, come su di uno scaffale virtuale, parte del materiale che avevo incrociato durante le mie ricerche e che riguardava l’oggetto del desiderio, lupi ed orsi in particolare. Come le dicevo, nel 2011, radunati un po’ di amici con i quali avevo condiviso interessi e ricerche nel Parco d’Abruzzo fin dagli anni ‘80, abbiamo fondato la associazione. Tenga presente che Giuseppe Altobello è lo zoologo molisano, vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, che nel 1921 descrisse come sottospecie a parte il lupo appenninico e l’orso marsicano (Canis lupus italicus ed Ursus arctos marsicanus). L’associazione non ha un ruolo particolare all’interno del Parco d’Abruzzo fatto eccezione che il vice-presidente è l’attuale direttore Dario Febbo e, alcuni dei soci fondatori, fanno parte di quel gruppo che frequentava il parco qualche anno fa. Ad esempio Giorgio Boscagli, studioso di lupi ed orsi oggi direttore del Parco nazionale delle foreste casentinesi. Nel maggio di quest’anno siamo stati invitati a presentare unarelazione al convegno storico per i 90 anni dall’istituzione. L’attuale commissario/presidente Giuseppe Rossi è anche lui un giovanotto degli anni ‘80 quando era vicedirettore del parco. Quindi nessun ruolo ma tanta vicinanza e bei ricordi tra vecchi amici.

D2) Come vedono l’iniziativa le autorita’ del parco? Come mai non hanno sottoscritto il suo appello?

R2) Il Parco è uno dei soggetti destinatari dell’appello, alla Istituzione si porta la nostra solidarietà oltre che all’orso…Appare quindi normale che non sia da questi sottoscritto.

D3) Da una breve ricerca in rete vedo la sua recente adesione al Movimento Cinque Stelle. Dato il clima pre-elettorale, lei vede questa iniziativa come superpartes o pensa possa contribuire alla campagna elettorale del Movimento?

R3) Premesso che sono solo un simpatizzante e non un attivista, ho aderito in tale veste semplicemente come cittadino indignato. Non vi è alcun legame tra l’appello e la mia simpatia per le proposte avanzate da questo movimento. Nè consentirei che ve ne fosse un domani. Altro discorso è se arrivati in Parlamento gli eletti del 5 stelle volessero guardare con più attenzione di quella dedicata finora ai problemi della conservazione: massima disponibilità alla collaborazione ma certamente nell’interesse superiore della protezione della Natura.

D4) In termini pratici, ha provato a stimare quanto costerebbe questa iniziativa? Di quanti orsi ritiene dovrebbe essere costituito il nucleo fondatore, come pensa dovrebbero essere attuate le catture e dove dovrebbero essere ospitati gli orsi? Ha provato a stilare uno studio di fattibilita’?

R4) Io provengo da studi di economia, la natura e gli animali sono una passione coltivata, quando potevo, nel corso degli ultimi 35 anni. La mia vicinanza al Parco d’Abruzzo deriva come le dicevo da un’esperienza di vita e di amicizie che ha segnato profondamente il mio vissuto. L’appello vuole essere una “provocazione culturale”, un sasso nello stagno, vuole promuovere un confronto, finora eluso, sulla tematica captive breeding come strumento da aggiungere alle altre good practices messe in campo per la salvezza di questo nostro prezioso plantigrado. Mi pongo pertanto delle semplici domande da uomo della strada, ad esempio mi chiedo se non fosse stato il caso, visto che sono oltre trent’anni che si parla dell’orso a rischio di estinzione e si dotano gli orsi di radiocollare, di effettuare, approfittando delle catture, prelievi di liquido seminale per costituire almeno un embrione di banca del seme? Oppure, con tutti gli orsi che sono passati in questi anni per il giardino zoologico del Parco a Pescasseroli, perché non si è provato a farli riprodurre. Mi risulta che la riproduzione degli orsi in cattività non presenta alcun tipo di problema. Ma, ripeto, sono domande che rivolgo agli esperti e dai quali mi piacerebbe avere delle risposte.

D5) Nel suo background Lei ha esperienza diretta di allevamento di animali selvatici? Potrebbe portare un contributo personale o ritiene piu’ corretto affidarsi a esperti del settore, o ad addetti del parco?

R5) La risposta precedente credo valga anche per questa sua domanda. Qualche risposta tecnica di un certo interesse la può trovare in un lavoro pubblicato qualche anno fa .

Aggiunge infine: Quello a cui non vorrei assolutamente assitere da qui a qualche anno sarebbe un re-stocking con orsi sloveni per aver perso tempo ad intraprendere la strada del captive breeding. La attuale popolazione di orso bruno marsicano appare esigua  e  concentrata se ci riferiamo al suo areale di diffusione primaria, ovvero al territorio del parco d’abruzzo e  majella così come, al tempo stesso, ugualmente esigua ma rarefatta se consideriamo un areale più vasto che comprenda ad esempio l’alto molise, il sirente velino, le montagne della duchessa e l’alto cicolano, il gran sasso laga, gli ernici ed i simbruini fino ad arrivare ai sibillini. Una fascia di territorio molto ampia dove non si è a conoscenza di insediamenti stabili. E questo anche perché gli orsi che vi si avventurano hanno una possibilità vicino allo zero di incontrare un partner, riprodursi e quindi colonizzare il nuovo territorio. Quelli poi che si spingono sui sibillini hanno poche possibilità di tornare indietro…. Pertanto per favorire l’espansione della popolazione in aree idonee e, nel contempo, evitare una eccessiva consanguineità,  l’allevamento in condizioni controllate ci sembra una soluzione da esaminare con molta attenzione.

Comunicato stampa del PNALM in risposta all’appello della Societa’ Altobello

RIPRODURRE L’ORSO MARSICANO IN CATTIVITA’

COSA NE PENSA IL PARCO

Nei giorni scorsi, la Società di Storia della Fauna “Giuseppe Altobello” di Campobasso, ha diramato un “Appello” per salvare l’Orso Marsicano “tutt’ora ad alto rischio di estinzione se non già definitivamente perduto”.

Naturalmente, per il Parco, ben vengano sollecitazioni, appelli e inviti alle Istituzioni interessate affinchè dedichino la massima attenzione alla tutela di questo magnifico e prezioso animale e pongano in essere tutte le iniziative necessarie per assicurarne la sopravvivenza, elaborando strategie di conservazione magari più adeguate e incisive di quelle finora messe in atto.

Nello specifico, l’Ente Parco, prendendo atto dello spirito positivo che anima l’iniziativa e ringraziando la Società Altobello per l’attenzione che dimostra per l’orso marsicano e i suoi problemi, ritiene per ora   non praticabile  quanto proposto, per ragioni di carattere logistico e per ragioni etiche e di  conservazione.

Quando si parla di popolazioni a rischio di estinzione, il cui contingente numerico è ridotto a poche decine di effettivi, una delle prime ipotesi che si affacciano alla mente è quella della riproduzione in cattività e della reintroduzione degli individui così riprodotti per incrementare la popolazione. Tanti sono gli esempi in proposito: dal panda all’orice d’Arabia, al bisonte europeo.

Nel combattere la battaglia per la tutela di specie ad alto rischio, e l’orso marsicano è una di queste, non ci si può permettere il lusso di scartare alcuna opzione. Nel nostro caso, però, ci sono tante criticità, che si possono in sintesi formulare e analizzare, facendo alcune  considerazioni, senza pretendere di essere esaustivi e di completare il campo della discussione.

Innanzitutto, se è vero, come è vero, che l’esigua popolazione di orso marsicano, di 40-50 esemplari, è la stessa degli anni ottanta del secolo scorso, ciò significa che comunque per un certo numero di anni è stata assicurata la vita ad almeno un numero minimo di esemplari, grazie all’opera, seppure parziale, del Parco Nazionale. Non si comprende pertanto per quale motivo si debba o si possa ritenere ormai praticamente perduta  la battaglia per l’orso marsicano. E’ evidente comunque che qualcosa non va, se il rischio di estinzione resta immutato e il numero di  individui non aumenta, anzi si teme possa diminuire. Si tratta, forse,  di ricorrere alla adozione di adeguati e a volte più decisi provvedimenti di conservazione, che non sempre è facile individuare e soprattutto fare accettare agli umani destinatari.

La riproduzione in cattività implicherebbe la cattura di un maschio e di una femmina, da sottrarre quindi alla attuale esigua popolazione, con le conseguenze negative che si possono immaginare, non essendo peraltro certa la capacità della femmina di riprodursi in cattività. Meglio lasciare il maschio e la femmina liberi di accoppiarsi e riprodursi nelle foreste del Parco, considerato che ad oggi la popolazione ha femmine fertili in grado di riprodursi in natura e che il tasso riproduttivo rimane costante.

Senza contare che per realizzare il progetto occorrerebbe o creare un recinto idoneo (spendendo risorse importanti che potrebbero invece essere destinate ad altre misure di tutela) o fare riferimento a strutture (gli zoo) che dovrebbero avere tale recinto. Il recinto dovrebbe consentire di separare il maschio dalla femmina dopo l’accoppiamento, dovrebbe essere in area lontano da interferenze umane, gli animali dovrebbero trovarvi risorse naturali sufficienti o comunque non essere mai in contatto  con chi provvede loro il cibo.

In natura i cuccioli restano con la femmina per circa 15 mesi perché soggetti ad una fase di imprinting materno e di apprendimento, al termine della quale sono in grado di alimentarsi autonomamente, avendo sviluppato conoscenza dei luoghi e delle risorse trofiche disponibili. In una riproduzione in cattività come arrivare allo stesso risultato? Non sarebbe infatti per niente semplice  liberare giovani orsi in territori selvaggi di grande estensione, che non ci sono, finendo con l’aggravare il fenomeno dei cosiddetti “orsi confidenti”.

Infine, non può mancare la considerazione che qualsiasi progetto destinato a interferire sulle dinamiche di una popolazione in declino, per avere successo implica la rimozione delle cause che hanno portato al declino della specie.

Quindi, prima di pensare a riproduzioni in cattività, qualora ve ne fosse bisogno, è opportuno e necessario operare con il massimo impegno per eliminare gli attuali problemi dell’orso marsicano.

Ciò sarà possibile, come ripetutamente sottolineato e ribadito dal Parco, associando all’impegno tutte le istituzioni pubbliche e private interessate, migliorando sempre più le capacità di convivenza con le attività umane,  coinvolgendo adeguatamente i diversi attori del territorio e specialmente allevatori e agricoltori, migliorando le misure di tutela adottate e adottandone di nuove più puntuali ed efficaci. Tra le più importanti misure di tutela, da potenziare, andrebbero ad esempio  considerate il maggior  il controllo delle riserve integrali, evitandone qualsiasi tipo di utilizzo economico per assicurare quiete e tranquillità all’orso e il miglioramento dell’accesso alle risorse alimentari anche sperimentando o tornando a sperimentare qualche intervento di allevamento e coltivazione tradizionali. Sarebbe poi necessario regolamentare in modo più deciso il pascolo del bestiame domestico per favorire l’antico allevamento ovino e scoraggiare il pascolo brado gravemente dannoso, chiudere al traffico turistico e comunque incontrollato tutte le strade di penetrazione cosiddette forestali che ancora sono attive, migliorare  il controllo  anche delle zone B e C del Parco, limitare la frequentazione turistica intensiva di alcune zone particolarmente delicate per l’orso  Tutte misure da adottare con il concorso dei comuni e delle categorie  che, purtroppo, spesso non si rendono disponibili e in alcuni casi sono apertamente contrari.

Non si tratta che di alcune delle misure  necessarie, in parte già in corso, seppure tra grandi difficoltà, alle quali però tutti devono concorrere convintamente (Stato, regioni, province, comuni, enti, associazioni, istituzioni, operatori, cittadini), nella consapevolezza che soltanto grazie a un grande impegno comune sarà possibile salvare  questo nostro grande e prezioso patrimonio. Deve esser chiaro che, in caso di sconfitta, nessuno potrà chiamarsi fuori e sottrarsi alle proprie responsabilità!

Altra cosa è invece perseguire il definitivo riconoscimento della specificità scientifica a livello mondiale dell’orso marsicano, a tutt’oggi praticamente non considerata.

Infatti, l’Ursus arctos marsicanus è citato esclusivamente in alcuni lavori italiani e non è citato neppure nella Direttiva Habitat. E’ necessario perciò far conoscere la specificità del nostro orso marsicano a tutto il mondo  facendo innanzitutto conoscere le ultime acquisizioni scientifiche come la cronometria,  gli esiti delle indagini genetiche, ecc.,  in modo da rendere “universale” la battaglia per la sua salvaguardia cercando alleati anche fuori dai confini nazionali.

In questo il Parco è del tutto disponibile per ogni collaborazione con Istituzioni, studiosi e ricercatori.

(Giuseppe Rossi)

Ufficio   di Presidenza

Comunicato Stampa n.  1/2013

Domande per il Parco d’Abruzzo, inviate a Giuseppe Rossi (Presidente) e Dario Febbo (Direttore); Risposte di Dario Febbo

D1) Il parco non e’ piu’ commissariato, per quel che ne so. Ci sono dei fondi allocati appositamente per la protezione e la ricerca sull’orso?

R1) Al Parco c’è ancora un Commissario (che è l’ex Presidente, Giuseppe Rossi) in attesa che sia nominato il nuovo Consiglio Direttivo, che praticamente è il Consiglio di Amministrazione del Parco stesso.  Il Parco, quindi,  non è commissariato per una specifica ragione, ma solo in attesa della nomina del nuovo organo di amministrazione. Attualmente i fondi per la protezione dell’Orso sono quelli provenienti dal bilancio dell’Ente Parco e quelli derivanti dall’attuazione del progetto Life-Arctos  finanziato dall’Unione Europea.

D2) Quali sono i fattori che impediscono la crescita demografica dell’orso? Scarsa natalita’, alta mortalita’, entrambe, altro?

R2) I fattori che impediscono la crescita demografica della popolazione di Orso bruno marsicano sono:

– una piccola popolazione ( circa 50 esemplari) vivente in un ambito naturale limitato (l’area del Parco e la sua buffer-zone: circa 130.000 ettari

– l’esiguità della popolazione comporta quindi un ridotto numero di femmine riproduttrici e una bassa variabilità genetica con problematiche legati all’imbreeding;

– un basso tasso di riproduzione determinato sia da un numero limitato di femmine   riproduttrici che dalle lunghe cure parentali  (mamma orsa tiene con se i cuccioli fino ad un anno e mezzo di vita) che gli consentono di riprodursi ogni 3 anni;

– l’alta mortalità dei cuccioli nel primo anno di vita, superiore al 50%;

– una elevata mortalità dovuta a cause antropiche (bracconaggio, investimenti stradali, esche avvelenate, etc.);

– problematiche sanitarie legate alla compresenza di animali domestici, anche se ciò si presenta raramente.

D3) Ci sono al momento dei progetti attivi per rimuovere questi fattori? Che progetti ci sono al momento sull’orso? Come sono finanziati?

R3) Il progetto Life-Arctos in atto sta intervenendo per rimuovere i fattori derivanti da cause antropiche, come per esempio la riduzione e l’annullamento del rischio sanitario, la tutela delle fonti alimentari dell’Orso; i fattori su cui non si può intervenire, almeno direttamente, sono quelli legati alla biologia propria del plantigrado. I progetti relativi sono quelli contenuti nel progetto Life-Arctos dell’Unione Europea, mentre altre azioni, come per es. la sorveglianza  sono attuati con fondi dell’Ente Parco.

D4) Molti programmi di captive breeding si basano o sull’uso di inseminazione artificiale (panda, ad esempio) o sulla di riproduzione in grandi zone aperte ma recintate (ad esempio l’orice, o il cavallo di Przewalski qui alla ZSL) con successivi programmi di reinserimento graduale in natura nel luogo di origine. Dal comunicato vedo pero’ che per captive breeding il parco intende per lo piu’ la  riproduzione in gabbia di due individui, che anche se fosse possibile ridurrebbe senza motivo il numero di fondatori al minimo. Come mai si esclude la possibilta’ del captive breeding in maniera cosi’ totale, magari con tecniche piu’ moderne?

R4) Il Parco non ritiene che per ora sia necessario un programma di captive-breeding per l’orso bruno marsicano, sia perché questo presenta degli aspetti tecnici di difficile soluzione, se non insormontabili (infatti non ci risulta che ad oggi sia stato mai attuato per il genere Orso), ma, soprattutto, perché prima di questo è necessario rimuovere tutti i fattori limitanti  che condizionano la crescita della popolazione.

D5) Il comunicato stampa usa molti condizionali. Che misure sono al momento in corso per aumentare l’accettazione il consenso per l’orso tra i residenti nel parco? Che misure contro il bracconaggio? Che misure per l’aumento dei corridoi ecologici e tra una zona protetta e l’altra? Ci sono piani di gestione a lungo termine?

R5) Non c’è un problema di accettazione della presenza dell’orso nel Parco da parte dei residenti, perché il plantigrado vive in questi territori in simbiosi con l’uomo, da sempre, eccezion fatta per qualche gruppo di malintenzionati  o di bracconieri, che sono visti dagli abitanti come dei delinquenti. Nell’ambito del progetto ARCTOS, inoltre, sono previsti molteplici incontri con i diversi gruppi di interesse (allevatori, cacciatori, operatori turistici) proprio per aumentare il consenso e per cercare insieme, attraverso un processo partecipativo, delle soluzioni alle diverse problematiche. Contro il bracconaggio operano le Guardie del Servizio di Sorveglianza del Parco e gli agenti del Corpo Forestale dello Stato addetti alla sorveglianza dello stesso.

Nell’ambito dell’attuazione del PATOM (Piano di Azione per la Tutela dell’Orso Marsicano), un protocollo d’intesa promosso dal Ministero dell’Ambiente e sottoscritto dal Parco Nazionale d’Abruzzo e altri parchi, dall’Università “La Sapienza” di Roma, dal Corpo Forestale dello Stato, da associazioni ambientaliste, vari Enti, Comuni, Province e Regioni, con cui tutti i partecipanti si sono impegnati a garantire e a favorire  l’espansione dell’orso anche fuori dai confini del Parco.

Il Patom è al momento l’unico Piano di Gestione a lungo termine e a larga scala e il progetto ARCTOS garantirà la realizzazione di molte delle azioni previste dal Piano.

LA MIA OPINIONE

Bisogna indubbiamente riconoscere che senza l’istituzione del parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM) l’orso marsicano probabilmente oggi non sarebbe piu’ tra noi. L’impostanza dei parchi per la protezione della fauna selvatica e degli ecosistemi e’ indiscussa. Purtuttavia, l’avere delle aree di vincolo agro-pastorale ed edilizio non e’ il solo fattore che determina il successo di un’area protetta, e il successo nel proteggere una specie. Al di la’ di qualunque altra considerazione sulla gestione del parco, due sono gli elementi che mi colpiscono:

1) che non si abbia idea del numero effettivo di orsi. Ma quanti sono? 40? 50? 10? Il primo e unico studio che stima la popolazione e’ del 2008, e ne conta 43 (tra 35 e 67), e avvisa comunque di prendere con le pinze questi dati. Possibile che prima di tale data il parco non censisse la densita’ della sua specie bandiera, quella per la cui protezione e’ famoso? A Sumatra, Indonesia, sanno quasi una per una quante tigri hanno, di che sesso sono e con chi sono imparentate. E l’Indonesia non e’ esattamente un paese occidentale che ha sottoscritto un gran numero di convenzioni internazionali per la tutela dell’ambiente, semmai e’ nota per la sistematica distruzione delle sue foreste. Metodi per censirli me ne vengono in mente almeno un paio oltre a quelli elencati nello studio del 2008 e non lo vedo un limite. Soprattutto, di questi 43 (?) orsi, quanti cuccioli? Quante femmine riproduttive? Qual’e’ la sex ratio?

2) Che il numero di orsi sia stabile dal 1980. A prescindere che non capisco come si possa affermare cio’ con certezza, se non vengono effettuati censimenti periodici, se la popolazione e’ stabile puo’ significare solo due cose: o che l’area e’ a carrying capacity, cioe’ l’ambiente non e’ in grado di supportare una popolazione maggiore, o che la mortalita’ equivale alla natalita’ perche’ non vengono rimosse le cause di morte o incentivata la riproduzione. A giudicare dalla risposta del Dr. Febbo, mi sembra che il problema sia proprio nell’alta mortalita’, ma che non ci siano interventi concreti per tamponare questo problema e permettere quindi alla popolazione un aumento demografico.

Se quindi non si possono/vogliono rimuovere le cause di morte, non mi e’ chiaro come mai il parco non voglia neanche prendere in considerazione di incentivare l’aumento della natalita’.

E’ possibile che il captive breeding non sia la risposta, ma lasciare “il maschio e la femmina liberi di accoppiarsi e riprodursi nelle foreste del Parco, considerato che ad oggi la popolazione ha femmine fertili in grado di riprodursi in natura e che il tasso riproduttivo rimane costante” significa volere mantenere la popolazione ai limiti minimi, e questo va contro i principi di conservazione di una specie sull’orlo dell’estinzione, contro il ruolo istituzionale del parco, contro le leggi europee a cui l’Italia aderisce e contro il PATOM, Action Plan for the Conservation of the Apennine Brown Bear, sottoscritto da parco, regione Abruzzo e ministero dell’Ambiente.

Del resto, la totale passivita’ del parco nei confronti dell’orso emerge anche da uno studio, sempre del 2008, firmato da Paolo Ciucci e Luigi Boitani. Gli autori sono molto chiari nel sottolineare la scarsita’ di notizie sulla specie e l’inadeguatezza del parco a rispondere alle esigenze di protezione dell’animale, e rimando alla lettura del paper per i dettagli.

Dal 2008 la situazione non sembra essere cambiata. Lo scontento e le iniziative di cittadini che si riuniscono in associazioni come la Societa’ di storia della Fauna e salviamolorso.it aumentano, ma la cosa non senbra scalfire le autorita’ del parco che si arroccano in una posizione che mi sembra scarsamente incline al dialogo.

In un’epoca di spending review, ci si comincia allora a chiedere se questa e’ la strada giusta. Dai commenti del Dr. Febbo mi pare di capire che ci siano delle allocazioni di danari pubblici che non si rivelano fruttuose, visto che degli orsi si sa pochissimo e sicuramente la popolazione non aumenta. Per contrasto, in Trentino la popolazione di orsi si e’ quadruplicata in pochi anni, il che significa che e’ possibile ottenere risultati anche da piccoli nuclei fondatori se si lavora bene e si allocano le risorse nel modo giusto, anche senza il captive breeding.

Io penso che bene ha fatto il Dr. Guacci a sollevare la questione, ma sicuramente con gli appelli e le suppliche non si salvano gli orsi. Non so come si possa uscire da questa pericolosa situazione di stasi, ma penso che sia diritto dei cittadini che sovvenzionano il parco e le amministrazioni locali e nazionali con le loro tasse di aspettarsi che i loro soldi siano spesi in modo efficace.

Ciucci, Paolo;  Boitani, Luigi (2008) The Apennine Brown Bear: A Critical Review of Its Status and Conservation Problems Ursus vol. 19 (2) p. 130-145

Gervasi, Vincenzo;  Ciucci, Paolo;  Boulanger, John;  Posillico, Mario;  Sulli, Cinzia et al. (2008) A Preliminary Estimate of The Apennine Brown Bear Population Size Based on Hair-Snag Sampling and Multiple Data Source Mark–Recapture Huggins Models. Ursus vol. 19 (2) p. 105-121